LA VERA RICCHEZZA È LEGGERA COME LA LUCE DEL SOLE

 

O mio re, ricorda sempre che non è per preferire un uomo o l’altro che gli dei sono benevolenti, in realtà non è un destino benevolo che aiuta alcuni e che invece condanna altri ad una vita di sofferenza. Ogni uomo può coltivare la terra ma, perché il seme cresca, il terreno deve essere pronto, altrimenti il seme sarebbe gettato al vento. Le cose più belle possono accadere, perché abbiamo dato loro il permesso che accadano, perché abbiamo lavorato il terreno, non c’è fortuna in questo. Comprendi, o mio Re?

Sulle rive del Grande Fiume sorgevano due città, una da una parte e una dalla parte opposta della riva, in modo che alla sera, quando i fuochi venivano accesi, una potesse vedere i fuochi dell’altra e ambedue si rispecchiassero nelle acque del fiume, quasi a sembrare una sola cosa.

Due sovrani governavano le città, ambedue retti, onesti e intelligenti, ma con mire e fini diversi. Il primo, figlio di re, era uomo abituato al comando, abituato a ben vedere cosa poteva arricchire lui e il suo popolo, a vedere le guerre che potevano essere fatte e quelle che andavano evitate. Il secondo, figlio di una regina e cresciuto lontano dalla città da tre uomini di cultura e di religione, era uomo che sapeva leggere nel suo cuore e vedere l’animo del suo popolo.

Le due città continuarono vicine, né amiche né nemiche, a convivere, quasi ignorandosi, come se il Grande Fiume che le divideva fosse un baratro insuperabile.

Il sovrano della prima città nei dieci anni del suo regno, aveva ingrandito la città, l’aveva arricchita di commercio; alcune guerre appropriate avevano portato a lui ancora più ricchezze e terreni, agli uomini nulla mancava se non l’appagamento di un desiderio di potenza che ogni giorno, stimolato da un sovrano incontentabile, cresceva in loro.

Il sovrano della seconda città, aveva fatto progredire un poco il commercio, un poco la città, c’era abbastanza perché tutti potessero essere soddisfatti nelle loro reali necessità, pur anco se non ricchi, ma dentro la città erano cresciute scuole, luoghi di gioco per i bimbi, piazze nelle quali uomini e donne potevano intrattenersi dopo il tramonto a discorrere dell’essenza profonda della vita ascoltando musica e poesie.

Ancora qualche anno passò. Un giorno, in cui forse il Dio del Grande Fiume si adirò più del consueto, un violento temporale si abbatté su quelle terre, tanto violento quanto neppure i più vecchi ricordavano. Le acque ruppero gli argini, allagando e distruggendo ambedue le città. Tutti i beni furono perduti, nessuno aveva più casa e ricchezze, ma tutti ebbero salva la vita.

Nella prima città allo svanire di tutte le loro copiose ricchezze molti impazzirono per il dolore, il Re vagava disperato fra le case distrutte, nessuno si rassegnava alla perdita di ciò che, pur non apprezzando veramente, era andato distrutto. Gli abitanti della seconda città piansero le loro perdite, ma alla sera, quando il cielo era tornato sereno, si ritrovarono tutti in quello che era rimasto della grande piazza, il loro Sovrano era lì con loro. Accesero un grande fuoco e discorsero sul da farsi, qualcuno intonò dei versi, qualcun altro un canto. Alla mattina dopo di buon’ora erano pronti a ricostruire la città.

Qualche giorno passò, mai alla sera nella prima città si accese un fuoco, gli abitanti disperati alla perdita delle loro ricchezze, erano come impietriti, incapaci di fare alcuna cosa.

L’altra città stava già sorgendo, ma ogni sera gli abitanti scrutavano dall’altra parte del fiume per vedere un fuoco accendersi. Una luna trascorse, come ancora trascorse una sera di buio nel cuore e nella città distrutta. Anche per coloro che nell’altra riva avevano già ricostruito gran parte della città, era come se una parte mancasse ai loro occhi e al loro cuore.

Discorsero fra loro e al mattino dopo decisero di costruire due zattere, qualche uomo vi salì insieme al Re, un musico e un poeta e una grande cesta di pane. Approdarono sull’altra sponda. Non vi fu bisogno di parlare.

Il giorno dopo tutti insieme cominciarono a costruire una grande città, che sorgeva su ambedue le rive, i cui fuochi alla sera facevano brillare le acque del Grande Fiume.

Ricorda, o mio Re che la vera ricchezza è la ricchezza dell’animo. La ricchezza dell’animo ti permette di costruire qualcosa per te che è anche un vantaggio per gli altri. Che non significa costruire per gli altri, ma preparare il terreno, perché anche gli altri possano crescere. Chi più potere vuole per se e sugli altri, chiude le porte all’esistenza attorno. Chi arricchisce la propria anima e il proprio cuore, apre le porte a che ogni evento possa per lui essere un modo per arricchirsi ancora di più.

Ricordati che la vera nemica della ricchezza dell’anima è la paura. Paura che qualcun altro possa rubarti qualcosa che se è dentro di te nessuno potrà mai toglierti. Impara a guardare e a vedere dentro, a vedere la tua ricchezza, quella ricchezza che non potrà essere portata via da nulla, neppure dalla morte; che rimarrà nella tua anima, proprio perché non pesa come l’oro, ma è leggera come la luce del sole. Comprendi o mio Re?

Tratto da “I RACCONTI DEL GRANDE FIUME – Storie dell’essenza” di Sauro Tronconi

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