IL SUONO DELLA MEMORIA

Le acque del Grande Fiume creano uno specchio sul quale si riflettono le ombre degli alberi, le ombre degli uomini che vi si specchiano, le ombre della luna alla notte, le ombre del tempo della memoria e del ricordo.

Oruni viveva in un villaggio che si specchiava nelle acque del Grande Fiume. Era ormai arrivato al suo quarantaquattresimo anno d’età. Saggio nel parlare e nel comportarsi con due occhi molto strani per le genti che vivevano in quel luogo, due occhi che quasi rispecchiavano il colore del cielo ed aveva trascorso tutta la vita a creare suoni. Ogni cosa nelle sue mani diventava uno strumento, le foglie, le pietre, le ciotole di terracotta, i tronchi cavi e secchi degli alberi. Nel corso del tempo aveva costruito un suo strumento e lo aveva proprio completato il giorno in cui aveva raggiunto i quarantaquattro anni e visto che ormai aveva denaro sufficiente per non aver più rischio di soffrire la fame negli anni che gli sarebbero rimasti da vivere e non agognava più di accumularne altro, pensò a come trascorrere quest’ultimo tempo in cui i fili della sua barba stavano assumendo il colore della luna che alla notte si riflette sulle acque del Grande Fiume. Una sera producendo con foglie e sassi alcuni suoni deliziosi vicino a dove le acque sciacquettavano sulla riva decise che avrebbe passato il resto della sua vita a viaggiare da un villaggio all’altro suonando il suo nuovo e prezioso strumento. E così egli fece, andò nei villaggi, prima a quelli più vicini, poi sempre più lontano. Quando il cielo al tramonto si dipingeva di rosso si sedeva in un angolo della piazza che ogni paese aveva al centro e dove le genti si radunavano e iniziava a suonare. Tutti come incantati ascoltavano questo suono. Calava il silenzio e la quiete. Tutto taceva. Solo il suono riempiva l’aria, la luce ovattata giallastra e arancio diventava come un morbido cuscino al suono che vi si accompagnava e piano piano nel cuore di ognuno si affacciavano lontani ricordi, si evocavano paesaggi e amore, persino le bestie tacevano così come i pensieri che avevano accompagnato gli uomini nella lunga giornata trascorsa. In breve da villaggio a villaggio si sparse la voce che Oruni stava suonando uno strumento magico che poteva rapire le persone che lo stavano ascoltando. Quello che invero accadeva era che una melodia così profonda acquietava le menti degli uomini, riportandoli nella loro memoria, nel ricordo di cose apparentemente dimenticate. Una memoria fatta non di parole ma di sensazioni ed emozioni così quando Oruni se ne andava pareva che gli umori delle persone fossero cambiati. Qualcuno faceva cose inaspettate, qualche altro tornava ai sogni di quando era fanciullo, qualcuno ancora si sentiva più in pace con se stesso e col mondo, ma come accade per ogni cambiamento molti si preoccupavano. E per spiegare ciò che non comprendevano sparsero la voce che il meraviglioso strumento di Oruni era un perfido strumento per soggiogare le menti del popolo. E così questa voce sempre più si sparse. Arrivò ad orecchi che avevano paura di perdere quel potere, che nessuno doveva loro contrastare. Così un giorno quando giunse in una nuova città il Sovrano timoroso di perdere quel potere che con fatica cercava di rendere eterno, lo fece imprigionare e per essere sicuro che egli non procurasse danno gli tolse lo strumento. Oruni si trovò in una piccolissima cella con una finestra grande pochi palmi che si affacciava sulla piazza del paese. La tristezza che sembrava averlo colto scivolò su di lui come acqua durante il temporale. Quando giunse l’ora del tramonto egli semplicemente intonò una specie di canto, una melodia accompagnata dal suono delle mani che battevano in un punto cavo del muro. Come portata dal
vento questa musica risuonò in tutta la città che divenne in un attimo silente, persino il sovrano
che già aveva deciso di farlo uccidere, poiché sentiva il suo potere in pericolo, si acquietò.
Seduto sul suo scranno i ricordi in lui cominciarono ad affiorare, ricordi di quando bimbo aveva paura che i suoi giocattoli potessero venirgli tolti e ancora più indietro alla morte di suo padre e di sua madre. E ancora più indietro. Al mattino dopo quando la luna nel cielo era quasi scomparsa cancellata dai raggi del sole che stava sorgendo un uomo si avvicinò alla stanza di Oruni, aprì la porta con la testa china per cercare da lui il perdono, gli restituì il suo prezioso strumento poi, guardandolo negli occhi fece un largo sorriso di gratitudine, si inginocchiò davanti a lui e pianse.

Ricorda o mio Re, quel sovrano con il cuore duro aveva compreso che le persone non impazzivano per un suono, ma un suono poteva aiutarli ad aprire il loro cuore e comprese quello che il saggio
Oruni andava di villaggio in villaggio a portare e anche tu ricorda che a volte un suono può rimembrarti qualcosa così come un’ombra può assumere la parvenza di un animale che veloce fugge nella notte. Ma ben siano quell’ombra e quel suono se ti riportano qualcosa che è passato e se ti permettono di riviverla in questo attimo, ricorda o mio Re.

 

Tratto da “I RACCONTI DEL GRANDE FIUME – Storie dell’essenza” di Sauro Tronconi

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